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16-Sep-2020 00:49

Dietro il castello di Atlante c’è un dirupo selvatico, una discarica, un letamaio dialettale […] L’energia trasgressiva e triviale del dialetto reagisce alle chiacchiere dell’Ipersonetto e del mondo, sbatte all’aria le carte del corrotto gioco storico […] così si fa strada l’appello imperioso e iracondo a "chiudere il becco" e a farla finita con l’abuso della scrittura (24) . 1599.25 - «Ma / cacone, piscione / (è questo il tuo vero nome / perché è tutto puntellato su cacca e piscio / il tuo vero sentire e pensare): / voltati da una parte, / nasconditi, se c’è, / dentro il cespuglio più fitto e imboscato, / dove non arriva il chiarore / né di speranze né di anime / né di torce che vanno a zonzo, e fa, fa ,fa […] Cose poetate anche troppo.

Non potrà sembrare occasionale, a questo punto, che a suggellare il rifiuto della tradizione letteraria del passato, simboleggiata dall’ipertrofico Ipersonetto, intervenga la crepuscolare vergogna della poesia, per di più nella forma che ben conosciamo, quella dell’equazione dissacrante, tutta montaliana, tra poesia e fogna: Ma schegazhèr, pissazhèr (l’è ’sto qua ’l tó nome vero perché l’è tut infrontà sora caca e pissin al tó vero sentir e pensier): òltete par de là, scòndete, si ’l ghe n’è, in medio al bar pi fis e pi inboscà, andove che ’llustro no riva nè de speranzhe nè de aneme nè de torzhe che le va a torzhio: e fa, fa, fa […] Roba sproetada anca massa. Poche pagine dopo questo accesso di livore vernacolare contro l’atto stesso del poetare, parificato con disprezzo all’appartarsi in un cespuglio per defecare, si incontra la prima sezione di Questioni di etichetta o anche cavalleresche, e qui il cerchio, silenziosamente, si chiude: In me e nella mia categoria che ha perduto contatto persino con la fabbrica del latte e del formaggio che in ogni Arcadia gode prestigio[…] (così) in me è totalmente mancato il rapporto cervello-manoquello che ha fatto l’umanodentro la sua bottega di selvaggio o di artigiano- né v’è stato il supporto grazioso e medicante di un’Arcadia-Mafia a sostituirlo[…] Pace dunque al qualunque baco parassita che si credette fabbro di seta garantita e sta a ciondolare sulla rama mangiucchiando […] e insieme postulando mezze-pietà per le sue penumbrali colpe e il suo desindacalizzato totale assenteismo dalla realtà (produzione di massa e prodotto garantito, per altro, anch’essa con marchio di qualità).

La seconda parte del saggio su Zanzotto, Montale, le scorie, la (e)scatologia, Ercole e altri miti ’saturi’ (la prima ?

® qui)."Zanzotto aveva individuato la ricorrente presenza, in Montale, di una figura araldica come il topo, duplicato poi dalla talpa e dalla larva (e dal dattero di mare di Botta e risposta II), animali tutti della tana, dello scavo underground. di coabitazione con un simile tema, la nascita dell’opera del ’78 risulta dunque almeno in parte sovradeterminata: Il Galateo in Bosco sar?

(18) Insomma, la poesia, ancora una volta, ha una funzione salvifica.

Potrà essere utile a questo punto leggere cosa scrive Stefano Agosti, fedele esegeta di Zanzotto, in margine al poemetto Gli Sguardi i Fatti e Senhal, mostrando una significativa tangenza con quanto si sta qui dibattendo: la fenomenologia del detrito...caratterizza l’altro versante del poema: e cioè la fenomenologia del "residuo", del "detrito" (di cui fa parte lo stesso dialetto), in una parola la fenomenologia dell’assunzione al senso di ciò che normalmente viene rimosso dalla rappresentazione simbolica; non solo, ma inversamente, anche la fenomenologia del massimo valore di senso […] condensato nel valore minimo o nel non-valore: espresso dal non valore (19) Invertito il segno, l’intero senso è mutato.

D’altro canto il vomito, evidente sintomo isterico, non potrà non ricollegarsi a «quegli oscuri linguaggi totalmente somatici, assai vicini a quelli dell’isteria» che accompagnano, secondo Zanzotto, il soggetto colto dall’incubo di un «vuoto di lingua».Anche il moto di Zanzotto, almeno per una parte della nsua opera, è un autentico interrarsi alla ricerca del sacro.Ma mentre quello di Montale era davvero "l’inno nel fango", ovvero il sublime trascinato nel fango (come in quel famoso fango del macadam in cui Baudelaire aveva fatto finire l’aureola poetica), quello di Zanzotto sarà, piuttosto, "l’inno dal fango", resurrezione imprevedibile quanto quella di Lazzaro.Fin dall’impostazione tipografica sulla pagina, si configura come un flusso, irregolare e privo di struttura, governato com’è da una grammatica prevalentemente onirico-condensatoria.

Nella sua articolata struttura poematica, il Galateo è una raccolta di Holzwege, di sentieri heideggerianamente interrotti, ma i percorsi si muovono per lo più in verticale, ovvero, ancora una volta, attraverso l’inerbarsi dell’io, come si legge nella sezione di Che sotto l’alta guida che comincia «Ma tu fa che io resti all’altezza dell’erba».† l’anti-Montale, o meglio il Montale che si era capovolto rimesso arbitrariamente sui propri piedi."Non sarà un caso che, da Baudelaire in poi, sempre per i poeti il trauma di doversi "vendere" richiami la figura della prostituta (che Montale, con arcaismo non per questo meno volgare, chiama zambracca), e dopo Benjamin non si può aggiungere nulla.